Episodio 7.9

Nel suo lavoro I gruppi d’incontro del 1970, Carl Rogers individua la genesi della “tendenza ai gruppi” nell’influenza di due principali teorie: da un lato il pensiero di Lewin e la psicologia della Gestalt, che nei T-group si concentravano sull’acquisizione delle abilità, skills, nelle relazioni interpersonali, dall’altro il suo stesso lavoro in psicologia, avviato negli anni ’40 a Chicago e in seguito definito “terapia centrata sul cliente”, ovvero il gruppo Encounter (o basic encounter group), che tende invece a valorizzare la crescita personale, aumentare le capacità di comunicazione e approfondire i rapporti all’interno di un processo esperienziale. Di qui si sviluppano una molteplicità di varianti che Rogers elenca e descrive brevemente: oltre ai due già citati T-group ed Encounter group, troviamo il sensitivity training, gruppo di formazione (o addestramento, nella traduzione italiana di allora) alla sensibilizzazione; il Task-oriented group (quest’ultimo adoperato molto nelle industrie); i gruppi definiti sensory awareness, body awareness (consapevolezza sensoriale e corporale) e body movement in cui si adoperano movimenti e danze anche spontanee; il creativity workshop, seminario che favorisce l’espressione creativa tramite vari mezzi artistici, focalizzandosi su spontaneità e libertà d’espressione; gruppo di organizational developement, con l’obiettivo primario di accrescere l’attitudine a fungere da leader, oppure di team building adoperato anch’esso nelle imprese per rafforzare i legami nei gruppi di lavoro e creare team più uniti ed efficaci; il Gestalt group con l’intervento di un terapeuta gestaltico esperto, spesso concentrandosi su un individuo alla volta; infine il gruppo Synanon o “game”.

Per presentare quest’ultimo, apriamo una breve parentesi. Nato come Tender Loving Care (tenera e amorevole cura) nel 1957 su iniziativa di Charles Dederich, il gruppo Synanon (da simposio e seminario) si originò in California a partire dall’Anonima Alcolisti, di cui faceva parte Dederich, che quell’anno fu letteralmente fulminato dalla partecipazione come cavia ai test con l’LSD tenuti all’università di Berkeley. Persona diretta e carismatica, diventato oratore instancabile grazie all’illuminazione lisergica, creò una comunità non più per alcolisti ma per tossicodipendenti, che nel frattempo stavano aumentando di numero, e si fregiò della massima poi divenuta famosissima “oggi è il primo giorno del resto della tua vita”, che in realtà aveva sentito per le strade di San Francisco all’epoca in cui imperversavano i Diggers. Ben presto, già alla fine degli anni Sessanta, Synanon era diventata un’istituzione famosissima in tutti gli Stati Uniti e contava circa millecinquecento residenti, tutti rapati a zero, ma si era trasformata in una setta religiosa con Dederich come guru semidio e il mantra “no droga no violenza” come motto. Poi, poco alla volta, finì al centro di numerose indagini che andavano dallo sfruttamento di minori, che erano stati affidati loro, alla scomparsa di persone, percosse e molto altro. Infine, il progetto si dissolse nel 1991. Da notare in questa sede è l’invenzione del Game, un lavoro di gruppo chiamato “gioco” che però era intenso e stressante, più tardi esteso alla durata di 72 ore di fila e ribattezzato Trip, viaggio. Si trattava di una terapia d’urto: i partecipanti sono seduti in cerchio e parlano di loro stessi, si confidano, finché un giocatore decide di prendere di mira un altro utente con un attacco verbale violentissimo, con gli altri che devono “sostenere l’accusa”. L’attacco terminava solo quando tutti i tentativi di difesa da parte della vittima erano annientati, e questi ammetteva e riconosceva tutte le accuse, anche le più insopportabili e inventate, che gli erano state rivolte.

Torniamo ai primi esperimenti con i gruppi. Rogers aggiunge a questo elenco parziale «qualcuna delle diverse forme che si possono riscontrare»: gruppi estranei formati da individui che non si conoscono, gruppi di staff in cui convergono persone che fanno parte della stessa organizzazione o ambito lavorativo o di vita quotidiana, seminari o laboratori in cui operano contemporaneamente più gruppi ristretti, che convergono e si confrontano in determinate fasi, infine gruppi formati da coppie o da membri di una o più famiglie. Il periodo di tempo in cui avvengono questi incontri varia da un finesettimana intensivo a una o più settimane, oppure sedute di alcune ore alla settimana, fino ai gruppi maratona, che si riuniscono per 24 ore di fila, tra cui le “maratone nude” in cui la gente può togliersi i vestiti, di cui si faceva un gran parlare negli anni Sessanta ma che rappresentavano un’esigua minoranza. Rogers presenta poi alcuni caratteri comuni a tutte queste esperienze: «quasi sempre il gruppo è ristretto (da 8 a 18 membri), relativamente non strutturato, e sceglie i propri obiettivi e le proprie direzioni personali. Spesso, sebbene non sempre, l’esperienza comprende qualche input conoscitivo, cioè qualche argomento per il dibattito che è presentato al gruppo. Quasi sempre al leader è affidata la responsabilità di facilitare l’espressione di sentimenti e pensieri (…) Tanto il leader quanto i membri concentrano la loro attenzione sul processo e sulla dinamica delle interazioni personali immediate.» (Carl Rogers, I gruppi di incontro [1970], Astrolabio, Roma 1976, p. 13)

Inoltre Rogers individua certe ipotesi pratiche a cui i gruppi si attengono secondo una tendenza comune: «In un gruppo che si riunisce in forma intensiva un agevolatore [facilitator] può creare un clima psicologico di sicurezza, in cui si realizzino gradualmente la libertà d’espressione e la riduzione dell’atteggiamento difensivo», clima psicologico in cui secondo lui «tendono ad essere espresse molte reazioni emotive immediate di ogni membro verso gli altri e verso se stesso. Da questa mutua libertà di esprimere i veri sentimenti, positivi e negativi, si sviluppa un clima di fiducia reciproca. Ogni membro procede verso una maggiore accettazione del suo essere totale – emotivo, intellettuale e fisico – così come esso è, compreso il suo potenziale. Negli individui meno inibiti dalla rigidezza difensiva, incute meno timore la possibilità di cambiamento di atteggiamento e di comportamento personali, di metodi professionali, di procedimenti e di rapporti d’ufficio.» Perdita di rigidità difensiva che porta i partecipanti ad ascoltarsi di più gli uni con gli altri e a imparare vicendevolmente. Poi, sempre secondo Rogers, «da una persona all’altra di sviluppa un feedback, di modo che ogni individuo viene a sapere come egli appare agli altri e quale impatto ha sui rapporti interpersonali. Da questa maggiore libertà e da questa migliore comunicazione emergono nuove idee, nuovi concetti, nuove direzioni» e l’innovazione può essere vista come auspicabile, non più temuta. Infine, gli insegnamenti tratti dall’esperienza di gruppo tendono «a riversarsi, temporaneamente o in forma più durevole, nei rapporti con il coniuge, i figli, gli allievi, i dipendenti, i colleghi e anche con i superiori che seguono l’esperienza di gruppo». (Ibid., p. 14)

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Sommario 7.9

  • Introduzione
  • IOA – Spot 20 – Giustizia Infinita 2
  • Villaggio dell’Esercito italiano a Palermo e Napoli (ottobre 2025, con intermezzo di Radio Esercito)
  • IOA – Spot 21 – Impero
  • Elisa Lello, Perché quanto accaduto alla “famiglia nel bosco” riguarda tutti noi (3/12/2025) – Seconda e ultima parte – TESTO

Riferimenti 7.9

  • Beggars Opera, Raymonds Road + Light Cavalry (Act One, 1970)
  • Gravestone, Waiting for Peace (War, 1980)
  • David Peel, World War III (War & Anarchy, 1994)
  • Tetragon, Irgendwas + A Short Story + Nature + Jokus (Nature, 1971)
  • Archie Roach, Took The Children Away (Charcoal Lane, 1990)

Episodio 7.8

Il primo Training Group, ideato da Kurt Lewin al MIT e stimolato dalla sua partecipazione al circolo cibernetico delle conferenze Macy, si svolse nell’estate del 1947 a Bethel, Maine, coinvolgendo la neonata organizzazione National Training Laboratories, con base a Washington D.C., che inizialmente si rivolse al mondo delle imprese industriali, tra le poche in grado di sostenere le spese derivanti dalla partecipazione dei suoi dirigenti a questi eventi. I T-groups, orientati a far emergere le capacità nella gestione delle “relazioni umane”, insegnavano ai manager a «osservare la natura delle loro interazioni con gli altri e del processo di gruppo. Di qui, si credeva, sarebbero stati maggiormente capaci di capire il loro proprio modo di funzionamento all’interno di un gruppo e sul posto di lavoro, oltre all’impatto che avevano sugli altri, e sarebbero diventati più competenti nel gestire situazioni interpersonali difficili», come dirà ani dopo un altro protagonista della nascita del lavoro in gruppo, Carl Rogers. (Carl Rogers on Encounter Groups, 1970, p. 3)

Costui infatti, sempre nel biennio 1946-47, era membro di un team che sperimentava lavori di gruppo con i consulenti della Veteran Administratrion presso il Counseling Center dell’Università di Chicago. Si trattò di un corso di formazione breve ma intenso, con l’obiettivo di preparare questi consulenti ad affrontare i problemi dei reduci della Seconda guerra mondiale. Lo staff dei formatori pensò fosse inutile svolgere un lavoro di preparazione teorica, dato che si trattava di persone istruite e laureate, quindi si passò direttamente «a un’intensa esperienza di gruppo in cui i partecipanti si incontravano parecchie ore al giorno per conoscersi meglio, per diventare consapevoli degli atteggiamenti che potevano rivelarsi controproducenti nei rapporti di consulenza, e per rapportarsi gli uni agli altri in modo che fosse d’aiuto al loro lavoro.» (Carl Rogers, Ibid.) Unire un tipo di apprendimento sia esperienziale sia cognitivo ebbe un valore terapeutico sui partecipanti, che ne uscirono motivati e arricchiti, cosicché visto il successo ottenuto questo modello fu replicato anche in laboratori estivi. Il lavoro che proveniva da Chicago contribuì ad aggiungere all’approccio dei T-groups di Bethel, più focalizzato su abilità e tecniche di human relations, una spinta alla crescita personale e un orientamento terapeutico, e a partire dalla fine del 1947 e negli anni seguenti la combinazione di questi due modelli costituirà il nucleo di un movimento che non smetterà di ampliarsi.

Verso l’inizio degli anni ’50, ispirandosi ai T-group, nascono gli Human Relations Training Laboratories. Passato dal ruolo di leader del gruppo a quello di formatore, ora il facilitatore si occupa di intervenire sul processo dando vita a due tendenze: da un lato, troviamo i sostenitori della prima scuola del National Training Laboratory centrati sullo sviluppo delle competenze e sulla formazione; dall’altro, si adopera il gruppo a scopi terapeutici, come nel caso dei gruppi di sostegno del tipo encounter, sensitivity o human relations dove le persone si radunano per risolvere problemi specifici, ad esempio legati all’alcool o alla depressione. Quasi tutti gli autori non fanno distinzione tra i vari gruppi: «sensitivity training, T-groups e laboratory training […] sono tutte etichette per descrivere il medesimo processo, che consiste in discussioni in piccoli gruppi in cui la fonte primaria, se non unica, di informazione per imparare è il comportamento degli stessi membri del gruppo.» (Warner W. Burke, “Where did OD come from?”, in Joan Gallos, (a cura di), Organization Development, Jossey-Bass, San Francisco 2006) Ma è verso la fine degli anni ’50 che si comincia ad adoperare il T-group come strumento di cambiamento, diventando uno dei primi interventi riconosciuti in OD (Organization Development, sviluppo organizzativo). Ma sebbene i vari tipi di gruppo si assomiglino, le due tendenze principali (alla formazione/sviluppo e quella terapeutica) spingeranno la facilitazione verso tre ambiti distinti: nella gestione, nell’educazione e nei gruppi comunitari.

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Sommario 7.8

  • Introduzione con Klaus Schwab
  • IOA – Spot 18
  • Chip cerebrali (Report Rai3, maggio 2023 – con Andrea Bariselli, Thimus / Bruno Mattucci, Nissan Italia / Regina Dugan, capo dipartimento Hardware Facebook / Elon Musk / Niels Birbaumer, neuroscienziato Wyss Center Ginevra, Stefano Panzeri, ITT Rovereto)
  • IOA – Spot 19
  • Elisa Lello, Perché quanto accaduto alla “famiglia nel bosco” riguarda tutti noi (3/12/2025)

Riferimenti 7.8

  • Tasavallan Presidentti, Introduction (Tasavallan Presidentti, 1971)
  • Tasavallan Presidentti, Dance (Lambertland, 1972)
  • Bengt Berger / Beches Brew, Hanuman Jump (Gothenburg, 2018)
  • Seesselberg, Konfektionsmusik + Overture + Kondominatsmusik (Synthetik 1, 1973)
  • Dissidenten, Hidden Track (Sahara Elektrik, 1984)
  • Sincerely P.T., Rolling Machine + Cheops + Fresh Air, Where? + I Will Give You All My Love + Line (Sincerely P.T., 1973)

Episodio 7.7

Le teorie-pratiche che ruotano attorno la gestione dei gruppi nascono e si sviluppano proprio nel momento in cui viene progressivamente sgretolata la vita collettiva tradizionale, sostituita con la società di massa. Al proprio interno lo Stato non ha più come contraltare comunità semi-indipendenti da spremere con le tasse e controllare che non si ribellino, eppure ancora lontane dai centri del potere e dalla loro cultura. Con l’industrializzazione queste particolarità locali iniziano progressivamente a uniformarsi e fanno spazio a un insieme di cittadini sempre più frammentati e atomizzati, che devono riunirsi e accordarsi in vista del funzionamento del macchinario sociale, motivo per cui le suddette teorie e pratiche devono essere applicate avendo come obiettivo, più che l’armonizzazione delle decisioni comuni, quello di oliare e far girare l’ingranaggio delle varie istituzioni, pubbliche e private. Inoltre, per dare un simulacro di libertà ai sudditi bisogna creare l’illusione che le decisioni siano prese collettivamente, sia tramite il ricorso al voto (diritto e dovere del buon cittadino, al momento ancora prerogativa maschile ma in via di allargamento all’altra metà della popolazione) sia garantendo libertà formale di unione, riunione e opinione.

Il luogo di incubazione delle teorie dei gruppi e della facilitazione sono gli Stati Uniti, che in apparenza più garantiscono questi diritti e dove nel dopoguerra le teorie cibernetiche favoriscono il passaggio dalla cieca sottomissione all’autorità (che nella nazione del capitalismo rampante è meno legata allo Stato, alla nobiltà e all’esercito) a consenso ottenuto tramite strategie di discussione e prese di decisioni. C’è da dare un taglio netto col passato, anche se questo si era manifestato principalmente nei paesi europei e molto meno in America, e il comando apertamente autoritario va sostituito con uno più democratico, in campo politico, educativo così come all’interno delle aziende. L’autoritarismo vecchio stampo da un lato è visto come criminale e liberticida, con il comunismo sovietico che ben presto sostituisce lo spauracchio nazista con cui far risaltare la propria pratica virtuosa, dall’altro come qualcosa che non funziona, controproducente e incapace di creare ricchezza e benessere e le dinamiche necessarie a crearle e diffonderle. Questione altrettanto importante, a essere sottoposta a strategie discorsive e deliberative è anche la sfera intima, coinvolgendo opinioni e sentimenti fino ad allora rimasti rinchiusi nel “continente oscuro” della psiche, che deve anch’esso venire alla luce, razionalizzato e gestito. Questi compiti sono affidati alle scienze sociali, antropologia, psicologia e sociologia, che devono contribuire a forgiare la nuova società e con essa un nuovo tipo di Uomo, adatto alle sfide della modernità e delle sue nuove tecnologie.

Uno dei principali contributi della cibernetica è quello di riunire sotto le stelle e strisce del sogno americano tutti gli ambiti dello scibile umano, in una fenice che sta sorgendo dalle ceneri prodotte dalla distruzione non soltanto materiale del conflitto planetario appena concluso: le scienze dialogano fra loro, si scoprono leggi valevoli tanto in campo fisico e meccanico come biologico, l’informazione e la comunicazione assumono il ruolo cardine e anche la sociologia vi partecipa. Sul solco di questa interdisciplinarietà si va formando anche un nuovo linguaggio: non a caso uno dei cardini della storia della facilitazione, Jerome Liss (in un’intervista a Giacomo D’Alterio, all’epoca in cui conduceva Seminari di Formazione per i gruppi pacifisti, per l’Associazione Lilliput o il WWF, sui temi della Comunicazione Ecologica, della Conduzione del Gruppo e dell’Integrazione di nuovi soci), così descriverà questa nuova figura: «Il Facilitatore è come un enzima biologico. Il suo compito è catalizzare la comunicazione fra i membri».

Dunque, se autorità dev’esserci è quella che viene scoperta essere insita, secondo la vulgata cibernetica, nella stessa natura delle cose. I problemi di qualunque genere diventano risolvibili con abili strategie, a cominciare da quelli più annosi a livello sociale, che dunque non sono considerati radicati nell’ingiustizia, nell’esistenza di classi basate sull’appropriazione privativa e sulla speculazione a danno dei sottoposti, dei popoli e degli ambienti naturali; e non a caso uno dei primi target, per dirla all’americana, dell’azione sociocibernetica del pioniere Lewin sono i rapporti interraziali, nel tentativo di pacificare i quartieri più difficili e riportarli sotto l’ala del controllo di Stato e mercato. Kurt Lewin aveva tenuto i primi esperimenti negli anni ’30 su quella che diventerà la questione della “Dinamica di gruppo”, ma la vera spinta propulsiva arriva nel 1946 quando, assieme a Leland (Lee) Bradford e altri collaboratori, organizza alcune conferenze e seminari secondo una precisa strutturazione, in cui ogni gruppo è diviso in piccole unità, ognuna diretta da un “leader”, in cui sono presenti in germe già tutti i principi cardine della facilitazione: «Bradford e Lewin hanno addestrato i leader a essere capaci di aiutare il gruppo e non a essere degli esperti. Li hanno addestrati a come saper costruire, o validare o espandere l’agenda di lavoro del gruppo, come aiutare il gruppo ad attenersi al proprio compito senza adoperare un cronometro o gestire il gruppo… come aiutare il gruppo a iniziare… come gestire membri perturbatori che divagano… come incoraggiarne altri che non prendono la parola… come far sentire i membri liberi di dare il proprio contributo e continuare a tenere il gruppo sulla strada giusta senza irregimentarlo – in breve, come saper condurre senza rendere l’affare troppo complicato.» (John Sam Keltner, “Facilitation catalyst for group problem solving”, Management Communication Quarterly, vol. 3, n. 1, 1989)

In seguito il ruolo di leader si evolve in quello di formatore, sempre nell’ambito di laboratori organizzati, nel giugno 1946, dall’equipe di Lewin e in seguito ribattezzati New Britain o Connecticut Workshop. Un osservatore e un formatore accompagnano ogni gruppo di circa 10 persone, composto da educatori, lavoratori del sociale, manager e cittadini. Ogni sera i ricercatori tengono delle discussioni informali che hanno delle retroazioni (feedback) sulla giornata seguente, e che gradualmente attirano l’attenzione di altri che chiedono di parteciparvi. Per la prima volta si adoperano grandi fogli di carta incollati ai muri per raccogliere le informazioni durante le discussioni, tecnica adoperata ancora oggi, e il fatto di coinvolgere i partecipanti «nella disamina critica del loro stesso processo, in modo intenso, aperto e conflittuale, fu una scoperta fondamentale». (Ibid)
Nonostante la morte improvvisa di Lewin nel febbraio 1947, nell’estate dello stesso anno Bradford, Benne e Lippitt organizzano il primo National Training Laboratory in Group Development (laboratorio nazionale di formazione in sviluppo del gruppo) e vengono redatti tre documenti per la preparazione dei formatori, che riguardano le competenze dell’agente del cambiamento (Change Agent Skills), le dimensioni di sviluppo del gruppo (Group Growth Dimensions) e l’ideologia democratica (Democratic Ideology). Si assiste allora alla nascita dei Basic Skill Training Groups, che da allora saranno conosciuti come T-Groups: all’inizio il ruolo dei formatori consiste nell’aiutare il gruppo ad analizzare e valutare i dati raccolti, senza intervenire nell’ambito dei contenuti o dei problemi personali ma limitandosi agli aspetti legati al processo di gruppo. In questo caso saranno chiamati “agenti del cambiamento”. Tuttavia un paio di anni dopo avvengono mutazioni nella direzione del programma, che contribuiscono a dare un orientamento quasi “terapeutico” ai T-Groups, dove all’interno di laboratori di formazione poco strutturati, i partecipanti iniziano a commentare i propri comportamenti e quelli degli altri partecipanti.

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Sommario 7.7

  • Introduzione con organi 3D stampati nel corpo
  • IOA – Spot 15
  • Future Clarke, Man, Monkeys, Machines (Ship of Fools Records, 2025) (Intervista a Arthur C. Clarke, BBC Two, 21/9/1964)
  • IOA – Spot 16
  • ACCELERAZIONISMO, tra lusso e fantascienza (Seconda e ultima parte) – TESTO
  • IOA – Spot 17

Riferimenti 7.7

  • Kollektiv, Gageg (Kollektiv, 1973)
  • Electric Orange, B-Movie (Cyberdelic, 1996)
  • Trace & Nico, Damn Son (Torque, 1997)
  • Flytronix, Shadowlandz (1994)
  • Underground Resistance, Punisher (1991)
  • Tek9, The Beast Within (It’s Not What You Think It Is !?!!, 1996)
  • Black Sound, Smog (1974)

Episodio 7.6

Fin dalle epoche più lontane gli esseri umani riuniti in gruppi hanno organizzato momenti specifici della vita collettiva, dai rituali alle riunioni in vista di decisioni importanti, adoperando altrettanto specifiche oltreché svariate modalità di discussione, scelta, deliberazione, che secondo una certa prospettiva costituirebbero gli antecedenti delle moderne tecniche di moderazione e facilitazione. Così, Dale Hunter fa risalire le origini dei moderni processi decisionali ad antiche comunità e, per quanto riguarda il mondo anglosassone, ai Quaccheri (“Mapping the Field of Facilitation” in Dale Hunter, The Art of Facilitation: The Essentials for Leading Great Meetings and Creating Group Synergy, John Wiley & Sons, New York 2009), mentre secondo Gary Rush (uno dei presidenti dell’IAF – Associazione internazionale facilitatori) nella stesura della Costituzione americana George Washington avrebbe agito da “facilitatore” (“We, the People”, in https://mgrconsulting.com/index.php/facilitator-enewsletters/42-focused-enewsletters-gary-rush-facilitation/history-of-facilitation-by-gary-rush-iaf-cpf/214-we-the-people). Punti di vista che, sebbene contengano brandelli di verità, assomigliano a quei tentativi di far accettare come ineluttabile il fatto compiuto della modernità: secondo questa stessa logica, gli OGM sarebbero la prosecuzione di un processo iniziato con la fermentazione di vini e birre, la clonazione l’esito di manipolazioni iniziate con la selezione e domesticazione di animali e piante, i computer la versione aggiornata dell’abaco eccetera.

Questo tipo di giustificazione, oltre a manipolare la storia a proprio piacimento e renderla una freccia inesorabilmente diretta al futuro – cioè al nostro presente – naturalizzando il progresso e certificando la società dell’Occidente tecno-industriale come logica e legittima erede dell’umanità primordiale, contribuisce a celare la distanza abissale che divide le odierne riunioni aziendali, istituzionali, dei collettivi politici come parrocchiali, le sedute terapeutiche di gruppo o le cerimonie new age, dalle assemblee delle comunità originarie dei popoli cosiddetti primitivi, dove più che leggi non scritte e metodi di comportamento il fulcro ruotava attorno a una disponibilità pressoché illimitata a partecipare a quella che non era una fase separata, alienata della loro esistenza ma vi faceva parte integrante. Infatti, quando bisogna decidere questioni importanti per la vita del villaggio, le comunità del Centroamerica – per fare un esempio – si riuniscono mentre la vita prosegue tra pianti e strilli dei piccoli, giochi dei bimbi, risa e urla, parlandosi addosso e senza rispettare alcun cerimoniale, e si confrontano finché non si riesce a ottenere il consenso di ognuno, anche a costo di dedicarvi giorni, perfino settimane.

Chiaramente, con il progredire della civiltà e aumentando il numero dei membri dei villaggi che diventano città e nazioni, oltre che con lo stratificarsi sociale in caste e poi in classi – cosa impensabile per i popoli originari privi di gerarchie – le assemblee orizzontali scompaiono, o quantomeno si ridimensionano e riguardano unicamente questioni secondarie. In seguito, a partire dalla democrazia ateniese e poi da quella romana, iniziano a formarsi ambiti decisionali che non riguardano più solamente i sovrani ma tendono a coinvolgere numeri più o meno ampi di cittadini aventi diritto, il che ovviamente se da lato significa una maggiore partecipazione alla vita pubblica e la possibilità di incidervi, dall’altro bisogna pur sempre tener conto che questo privilegio non era riservato a chiunque, essendo tassativamente escluse le donne (cosa che continuerà fino a un’epoca recentissima) così come esclusi sono gli stranieri, gli schiavi e coloro che non possiedono terre o attività produttive e commerciali, ovvero i poveri. È nel corso dell’Ottocento, con il pieno sviluppo della società industriale, della sua burocrazia e della sua complessità, che si manifesta la necessità di redigere regolamenti per gestire gruppi e assemblee che si fanno sempre più numerose e articolate, e che riguardano una società il cui funzionamento si fa altrettanto complicato. Nel 1876 viene pubblicata negli Stati Uniti quella che è considerata la prima guida per le procedure di riunione, il Robert’s Rules of Order (le cui ristampe continuano ai giorni nostri, quasi fosse la Bibbia – https://robertsrules.com/our-history/), redatta da un maggiore dell’esercito che, chiamato un giorno a presiedere un incontro pubblico, si trovò in grande imbarazzo di fronte all’assenza di regole e decise di porvi rimedio prendendo spunto dalle procedure parlamentari: «Quando non c’è alcuna legge, ma ognuno fa quello che crede giusto ai propri occhi, c’è il minimo di libertà».

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Sommario 7.6

  • Introduzione
  • IOA – Spot 11
  • MERDOCENE (tratto da Benvenuti nel merdocene di Jennifer Guerra – thevision.com)
  • Il primo studio medico a Intelligenza Artificiale
  • IOA – Spot 12
  • ACCELERAZIONISMO, tra lusso e fantascienza (Prima parte)
  • IOA – Spot 13
  • IOA – Spot 14

Riferimenti 7.6

  • Jud’s Gallery, Catch The Fly + Inspiration (SWF Sessions Volume 1, 1972-74)
  • Skiantos, Merda d’artista (Dio ci deve delle spiegazioni, 2009)
  • Ricky Gianco, Cavallina Rock (Liquirizia, 1979)
  • Duilio Del Prete, Dove Correte! (Dove Correte!, 1968)
  • Goldie, Manslaughter (INCredible Sound Of Drum’n’Bass Mixed By Goldie, 1999)
  • Splash, Babylon (1995)
  • Renegade Legion, Dark Forces (1996)
  • The Mover, Burning Universe (Frontal Frustration, 2002)
  • Pilldriver, Apocalypse Never (1997)
  • Ultravox, Maximum Acceleration (Systems Of Romance, 1978)

Episodio 7.4

Nata come semplice strumento di mediazione, come tecnica di gestione dei gruppi, per magia la facilitazione diventa veicolo di «trasformazione sociale e culturale». Orfana dei suoi vecchi ideali e in sintonia con un’epoca assai lunga di riflusso, di ripiegamento – quasi un trincerarsi – in ambiti personali, la sinistra transmoderna abbandona la trasformazione radicale rivoluzionaria per una più comoda modifica superficiale, al cui fine non servono più resistenze, lotte, insurrezioni, ma basta «un lavoro interiore che allena attitudini, consapevolezza di sé, abilità di facilitazione. Potremo essere così al servizio della dimensione collettiva». Questa idea non è solo ridicola ma anche pericolosa, in quanto sposta sugli individui (o sui piccoli gruppi) la responsabilità di vivere in modo appagante ed ecologico, come se sotto il giogo del capitalismo cibernetico fosse possibile per gli oppressi condurre esistenze pienamente libere e piacevoli, essere “in sintonia con Madre Terra” e tutto il repertorio freak di stereotipi ereditati dai figli dei fiori. Si tratta grossomodo della famigerata decostruzione, anche se il team facilitatore che è intervenuto a Mondeggi – e che in Italia possiede pressoché il monopolio professionale – non adopera questo termine e preferisce parlare di «disimparare certi schemi per fare spazio a nuovi modi di relazionarsi»… ma il risultato non cambia, ossia non si mette in discussione la natura di questa dimensione collettiva che invece può benissimo rimanere così com’è, quella delle democrazie parlamentari occidentali, magari rivedute e corrette, ma sostanzialmente difese e propensi a migliorarle.

Perché confrontarsi con la megamacchina che ci divora (e con gli inevitabili rischi e “presa male” che questo comporta) quando possiamo cambiare la società semplicemente trovando modi più empowering di starcene nelle nostre nicchie? Il corollario implicito di questo pensiero è infatti che non è necessario ostacolare materialmente i progetti del potere, anche quelli più mortiferi (dall’incarcerazione tecnologica delle nostre vite alla distruzione dei territori), tanto il cambiamento virtuoso è già in atto. Da “cambiare se stessi per cambiare il mondo” a cambiare se stessi per non dover cambiare il mondo, per finire a ribollire nel calderone delle migliaia di progetti, meeting, istituzioni che dalla fine del secolo scorso sono state il perno attorno a cui ruotano le politiche della psico-socio-cibernetica dal basso, e che sono altrettante medagliette e specializzazioni ostentate dai facilitatori nel proprio curriculum.

Se si guarda ai siti internet di questo gruppo di professionisti della facilitazione, la lista dei millantati crediti è lunga e si snoda nel tempo e nello spazio: dalle Città in Transizione all’European Citizens’ Panel – emanazione diretta della Commissione europea – dall’Associazione Italiana per la Partecipazione Pubblica a Democratic Society, da Ulex Project a Prossima Democrazia e molte altre ancora, senza scordare che qui nell’area dell’Europa mediterranea la prima palestra di vita, azione e pensiero anche politico dei boss della facilitazione sono stati gli eco-villaggi e i raduni Rainbow, dove i cerimoniali liturgici del culto della presa bene (per gli spagnoli buenrollismo) sono da decenni il fulcro attorno cui queste microcomunità ruotano, si amalgamano e spesso si sgretolano.

Ancora più tragicomico è l’elenco delle competenze contenute nelle loro “cassette degli attrezzi”. Per citarne alcune: Comunicazione Nonviolenta, detta anche linguaggio giraffa, ideato nel 1960 dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, allievo di quel Carl Rogers di cui parleremo più avanti; ProcessWork o Psicologia orientata al Processo o Arte del Processo, creata da Arnold Mindell, fisico di formazione e poi psicologo di ispirazione junghiana, che ha ideato anche la deep democracy e ha scritto tra gli altri La mente quantica; Oasis Game, metodologia nata in Brasile dall’Istituto Elos per favorire il processo di comunità e che adopera strumenti che vanno dal sogno agli affetti alla cura fino alla celebrazione e ri-evoluzione; Lavoro che Riconnette (The Work That Reconnects) ideato da Joanna Macy (dal cognome del marito, che non c’entra nulla con l’omonima Fondazione) eco-filosofa studiosa di buddismo, teoria generale dei sistemi ed ecologia profonda, allieva di Ervin László; Forum-ZEGG, una forma ritualizzata di comunicazione trasparente per grandi gruppi tramite un metodo di condivisione profonda, sviluppata in Germania negli anni Settanta nell’omonimo ecovillaggio e comunità internazionale. E ancora coaching trasformazionale, partecipazione deliberativa e processi decisionali, lavoro corporeo e con i sogni, sostenibilità umana ed energetica delle organizzazioni, improvvisazione Clown e l’immancabile feticcio… il pensiero sistemico.

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Sommario 7.4

Riferimenti 7.4

  • The Pink Mice, Badinerie Aus Suite Nr. 2, H-Moll (Bach) (In Synthesizer Sound, 1973)
  • The Pink Mice, Italienisches Konzert In F-Dur, 1. Satz / Air Aus Der Suite Nr. 3 In D-Dur / Italienisches Konzert In F-Dur, 3. Satz (Bach) + Sonate Für Klavier Nr. 8 C-Moll (Pathètique), Satz 1-4 (Beethoven) (In Action, 1971)
  • Guo Yue, The Hutongs (Music, Food and Love, 2006)
  • Alteration, Stand By Your Sheep + Fear Of Mayonnaise + Party Political + Trail Of Traps (Up Your Sleeve, 1980)
  • Brainstorm, Cybernatic Noisefly (Part 1&2) (Cybernatical Tonalities, 1992)

Episodio 7.3

La declinazione della cibernetica in meccanica relazionale e pilotaggio della comunicazione, non è un prodotto della fantasia, un fatto impalpabile, ma si concretizza in procedimenti che ruotano attorno agli scambi che avvengono in differenti ambiti della vita degli esseri umani. Le tecniche di gestione dei rapporti interpersonali si fanno strada, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, all’interno di gruppi sociali e comunità politiche per rispondere a diverse esigenze, sia come strumenti di normale gestione delle procedure organizzative e decisionali, per tentare in teoria di renderle più fluide e trasparenti, sia per trovare soluzioni in caso di problemi interni. Ma non si limita a questo; infatti, oltre a un sistema di funzionamento assembleare che prevede etichette da seguire, gesti stereotipati e una forte dose di autodisciplina, fin dal principio ci si è resi conto che la buona volontà dei partecipanti non era sufficiente e perciò sono sorte figure guida che nel tempo sono diventati veri e propri professionisti della gestione di gruppo o, come oramai si definisce, della facilitazione.

Ce ne ha offerto un esempio recente l’esperienza capitata nel cosiddetto “bene comune” di Mondeggi, vicino a Firenze, quando tempo fa è sorto un dissidio interno riguardo la possibilità di accettare un percorso di legalizzazione e una riqualificazione tecno-ecologica tramite finanziamenti del PNRR. Senza entrare nei dettagli della vicenda, quello che ci preme evidenziare è come la procedura della facilitazione sia stata adoperata per far accettare alla “base” decisioni già prese da una parte politica autoritaria e verticistica che purtroppo da anni stava dietro il progetto della, ironia del linguaggio, Fattoria Senza Padroni. Si è trattato, come riportato da alcuni fuoriusciti nell’opuscolo Mondeggi, bene comunque? (giugno 2024) dell’utilizzo di «tecniche di cibernetica sociale che non solo non arginano affatto eventuali gerarchie di potere, ma contribuiscono a nasconderle sotto il velo pacificato di assemblee perfettamente moderate». Secondo loro, l’intervento di facilitatori di professione ha creato «un effetto deresponsabilizzante ancora maggiore rispetto alle semplici tecniche di gestione assembleare», dal momento che grazie alla messa in scena rituale di simulacri di discussioni, scontri e decisioni, si è potuto spacciare l’autoritarismo per democrazia, una decisione presa dai vertici o dalla maggioranza per consenso allargato.

Da quell’esperienza raccontata da chi poi ha preferito andarsene, emergono dettagli che ci aiutano a capire meglio le intenzioni nascoste dietro questo cerimoniale fatto in apparenza di buone maniere, discorsi calmi e ponderati, gesti e sguardi concilianti, e che tempo fa ribattezzammo “dittatura della presa bene”. Innanzitutto, il “percorso” della facilitazione ha molto spesso una meta già prefissata, come nel caso di Mondeggi dove «la squadra di facilitazione non ha fatto altro che timbrare l’ormai avvenuta vittoria di una parte della comunità su un’altra», ovvero quella di una componente realista, compatta e portatrice di proposte “chiare” – prendere soldi e farsi indirizzare dalle vituperate istituzioni e spacciarsi come antagonisti è chiaramente uno dei principali marchi di fabbrica della sinistra transmoderna – contro una minoranza scapestrata, sognatrice e pericolosamente “radicale”, «spesso tacciata di estremismo parolaio e di non riuscire a comprendere come la formalizzazione dei risultati di un conflitto sia preziosa conquista e non un conformarsi alle logiche del potere. Cassandre maledette» come ricordava Peppe Aiello in occasione di una simile diatriba avvenuta anni prima a Napoli (Giuseppe Aiello, Raffaele Paura, Quale deserto Fegato. Note disordinate sulla (irresi­stibile) ascesa del benecomunismo napoletano e sulla possibilità di costruire comunità dal basso, La Fiaccola, 2020). Peraltro, vera e propria presa per i fondelli, «a dissenso epurato (quando ormai i contrari avevano disertato l’assemblea), facilitatori e facilitatrici hanno accompagnato la parte di assemblea superstite in un percorso di revisione dei processi decisionali, poi prontamente sbandierato sulla pagina Facebook: interpretazione senz’altro originale del Metodo del Consenso, in cui sul consenso si lavora dopo che tutti i dissidenti sono stati gentilmente accompagnati alla porta.» Nonostante molte persone vedano in modo positivo e considerino spesso necessarie le pratiche che ruotano attorno a facilitazione, moderazione e risoluzione dei conflitti, data l’incapacità che si riscontra un po’ ovunque nell’affrontare questioni scottanti e trovare o anche soltanto volere una mediazione, si tende ad accantonare il fatto assai grave di come queste pratiche che si potrebbero tranquillamente definire di ingegneria sociale dal basso siano profondamente avverse alle posizioni radicali e posseggano un potente substrato ideologico «sostanzialmente riformista e neoliberale ».  Il team di facilitazione che ha seguito il percorso decisionale di Mondeggi è convinto che esista, secondo quanto raccontato dai transfughi, «una “cultura emergente” fatta di cose belle e luccicanti che si sta diffondendo in maniera silenziosa» e che andrebbe alimentata ovunque si manifesta, non importa se in contesti politici o di coppia, nelle aziende o nelle istituzioni, in modo da – citando il linguaggio dei moderatori – «materializzare nel mondo culture più equivalenti e rigenerative». Insomma, la vecchia tiritera del “cambiamento di paradigma” per cui «si può fare la rivoluzione senza fare la rivoluzione».

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Sommario 7.3

  • Introduzione con il robot Aria di Realbotix e Klaus Schwab
  • IOA – Spot 7
  • Il sistema Asilomar – Il metodo precauzionale secondo la scienza: evidenziare il limite per superarlo immediatamente dopo – Costantino Ragusa (Aprile 2025, www.resistenzealnanomondo.org) – Prima parte
  • IOA – Spot 8
  • Dal Metodo Giacarta al Metodo Gaza (Terza e ultima parte)TESTO

Riferimenti 7.3

  • L’Infonie, Mantra (Vol 33 – Mantra, 1970)
  • Alterations, Yes Sir + Sleeping Beauty + Nopan Kissa + The Burning Rosebush (My Favourite Animals, 1984)
  • Alterations, Berlin 4 + Tilburg 3 (Voila Enough!, 1979-81)
  • India Serighelli, Ma il cielo è di tutti (Bio Feed Back, 1975)
  • David Edren, Gamla Krobo + Kotekan Md + Balungan + Fast Kotekan (Electronic Gamelan Music, 2017)
  • Sedih Banget, Buruh Tani (2020)

Episodio 7.2

Prima di reimmergerci negli albori della cibernetica, ripercorrendo le conferenze Macy tenutesi a New York tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50, dedichiamo alcune introduzioni di questo inizio di Settima stagione a un aspetto particolare di questa storia.

Esseri umani come macchine relazionali

Se già di per sé la cibernetica è un concetto sfuggente, troppo spesso collegato unicamente a computer e robot (tanto che gli usi più frequenti del termine sono cyber-crimine o cyborg), sfugge quasi del tutto il suo lato “umano”, se così si può dire. Se è indubbio che le prime mosse provennero dalle scienze dure – matematica, fisica, ingegneria – e che la cosiddetta seconda cibernetica si sviluppò da quelle biologiche, in particolare con la scoperta del “meccanismo della vita” che sarebbe contenuto nel DNA, si tende a sottovalutare, se non a dimenticare del tutto, come la nascente disciplina si considerasse alla base di un Nuovo Rinascimento, una riproposizione moderna e futurista dell’umanesimo.

Se con l’evoluzionismo l’essere umano aveva perduto (anche se solamente in linea di principio) il ruolo cardine di centro dell’universo e misura di tutte le cose, le nuove scoperte della cibernetica secondo cui esistono leggi unificanti valevoli per l’intero universo, dalle lontane galassie alle più infime particelle subatomiche, riposizionano l’umano alla sommità della piramide gerarchica. E questa volta né per ordine divino né per il dono della ragione, ma per il fatto che, sebbene condivida con il resto della natura, animata e inanimata, il succo della propria essenza, l’uomo ha il supremo compito, quasi un destino, di ordinatore. Grazie al progresso tecno-scientifico si erge come argine al dilagare dell’entropia, la tendenza innata del cosmo a degradarsi nel caos; e le macchine, fatte a sua immagine e somiglianza, servirebbero a potenziare la sua azione, mantenendole sempre ai suoi ordini, sotto il suo comando e controllo.

L’uomo dell’Era Cibernetica resta l’essere più elevato, ma questa sua caratteristica si allontana radicalmente tanto dalle concezioni religiose e spiritualiste quanto da quelle razionaliste e materialiste. Poiché il principio che sta alla base della “natura delle cose” altro non è che Informazione, possibilità e capacità di Comunicazione, ecco che l’uomo viene riconfigurato come una macchina-sistema cibernetica, produttrice di relazioni sottoforma di scambi di messaggi: in questo risiederebbe la superiorità del suo intelletto. Ciò non è stato chiaro ai profeti cibernetici finché non hanno incontrato e si sono confrontati con alcuni esponenti delle scienze umane, antropologi, sociologi, psicologi, e allorché costoro non hanno trovato specularmente nelle idee di Wiener e soci gli strumenti in grado di interpretare, e in prospettiva modellare, il soggetto planetario di questa nuova fase della rivoluzione industriale.

Al contrario di una certa opinione diffusa, le tecniche e strategie di gestione della “massa sociale”, dalla teoria dei gruppi alla facilitazione passando per molte altre fasi intermedie, non nascono tanto dal mondo manageriale – semmai qui vi finiscono “naturalmente” per osmosi, dato il diffondersi capillare delle imprese transnazionali e del capitale finanziario – quanto dagli ambiti accademici e dai centri di ricerca, molto spesso sponsorizzati dagli apparati militari. Novità rispetto all’Ottocento e alla prima metà del Novecento, all’avanguardia troviamo gli Stati Uniti, dove sono confluite personalità provenienti da molti altri paesi, spesso costrette ad emigrare a causa di persecuzioni o per le maggiori opportunità offerte dalle istituzioni americane, abbondantemente sovvenzionate tanto dal governo in una corsa al primato mondiale scientifico, quanto dalle Fondazioni, espressione di alcuni capitani d’industria e famiglie dell’alta finanza, spesso mascherate con intenti filantropici.

Prima di provare a tracciare una breve storia del lato umano e sociale della cibernetica, partiamo da alcuni indizi che ci hanno portato su questa pista di indagine. Il primo incontro che alcuni di noi ebbero con queste teorie e metodologie avvenne circa quindici anni fa in occasione di un incontro internazionale contro la costruzione di una miniera d’oro (e relativa distruzione della valle che doveva ospitarla) in Romania, in cui ci si rese conto di quanto fossero diffuse certe modalità e linguaggi soprattutto nei paesi più avanzati (sulla via della cibernetizzazione), dall’Inghilterra alla Germania passando per i paesi scandinavi – e, immaginammo allora, in buona parte importati o copiati dagli Stati Uniti. Se la diatriba attorno all’opportunità di dotarsi di strutture organizzative oppure di prediligere lo spontaneismo e l’informalità all’interno dei movimenti politici (non osiamo, per ovvie ragioni, scomodare inutilmente la parola rivoluzionari…) datava già dagli anni Sessanta-Settanta, ora ci si trovava di fronte a qualcosa penetrato molto più in profondità: una serie di pratiche, termini, atteggiamenti che i “nordici” davano quasi per scontati mentre i “sudisti” dell’Europa ignoravano e, venuti per la prima volta a contatto, misero subito in discussione.

Le proposte di organizzazione dei dibattiti, delle azioni e perfino della quotidianità ci parevano, oltre che dettate da un’eccessiva preoccupazione per le presunte tendenze autoritarie (che sfociava in ossessione quasi patologica), oltremodo rigide e burocratiche: in sostanza, per sfuggire a un ipotetico predominio di gruppi e personalità dominanti a danno di altrettanto ipotetiche minoranze subenti, si proponevano una serie di tattiche e tecniche di gestione dei gruppi e dei rapporti interpersonali che di primo acchito provocarono in molti tra di noi che non le avevamo mai incontrate di persona, una sincera diffidenza se non ripulsa. Per fare qualche esempio, si proponevano all’assemblea tutti quei rituali di comunicazione gestuale, come lo sfarfallare le mani per sostituire l’applauso, che avrebbero permesso di non interrompere chi parlava, e nascondevano sempre la solita ossessione per l’autoritarismo; si cercavano di creare fantomatici spazi sicuri, safe space, in cui fosse garantita l’incolumità dalle aggressioni (anche verbali) e in cui le suddette minoranze avrebbero potuto trovare momenti di pace e tranquillità, ipotizzando dunque che al di fuori di questi vigesse la legge della giungla dell’homo homini lupus; il tutto corredato da un’imponente cartellonistica fatta di segnali di allerta, in cui si invitavano soprattutto i maschi a non importunare, toccare, addirittura violare l’intimità altrui, soprattutto delle femmine e delle persone trans. Si imparò allora che stupirsi di fronte a questi provvedimenti, convinti in cuor proprio di non rientrare nel prototipo di persona descritta, significasse automaticamente sia negarne l’esistenza sia, peggio e in modo ancor più subdolo, incarnare tutte queste malvagità in modo inconsapevole: insomma, il privilegio di essere maschi, oppure cisgender eterosessuali, oppure bianchi, oppure occidentali, oppure adulti, oppure in buona salute, se non con l’aggravante di tutte queste cose assieme e pure altro, faceva di noi sistematicamente, cioè in modo sistemico, dei maschilisti transfobici colonizzatori razzisti agisti e abilisti, se non peggio. Perché queste cose ce le abbiamo dentro, come informazioni impresse in modo indelebile nel nostro DNA individuale: sono come si suole dire sistemiche.

Malgrado ci si fosse ritrovati a migliaia di chilometri da casa propria per costruire un’alleanza europea di lotte contro i progetti industriali di distruzione e riconversione del territorio e dei suoi abitanti, la quantità di persone che insisteva su questi argomenti era tale che giocoforza si dovettero dedicare parecchie energie e discussioni a dibattere sull’opportunità o meno, ad esempio, di creare uno “spazio bimbi” (peraltro pensato, in aperta montagna, all’interno di un tendone militare puzzolente e surriscaldato dal sole d’altura), quando peraltro i bambini erano pochissimi, molto piccoli e necessitassero di cure e attenzioni che si potevano rivolgere loro in maniera del tutto diversa, ad esempio offrendo appoggio e attenzione alle madri. Questo esempio ci fece vedere chiaramente l’assurdità di certe proposte, oltre al fatto che chi le portava avanti, come si poté constatare nei giorni seguenti (il burocrate perde il pelo ma non il vizio), non si azzardò minimamente ad avvicinarsi ai bimbi, tenerli in braccio o giocare con loro, e istillò in noi anti-sistemici un dubbio atroce: non sarà che questa meccanizzazione dei rapporti umani serva per l’appunto a risolvere problemi che in realtà non si vogliono affrontare in prima persona, delegandoli a strutture e organismi esterni all’individuo che se ne possono così tranquillamente infischiare e continuare a pascere nell’ignavia?

Molte altre cose si potrebbero raccontare su queste strutture relazionali, pesantemente infarcite di teorie postmoderne di ogni sorta, anche perché da quel momento in poi si è assistito a una vera e propria epidemia all’interno dei cosiddetti movimenti, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui, come chiunque può constatare, la cibernetica relazionale ha ormai conquistato anime e corpi, assemblee e mobilitazioni. Oltre a sollevare i problemi di cui si accennava, tali filosofie (se così si può definire quel che sembra più che altro un omologarsi a norme, mode, cerimoniali… un bieco conformismo travestito da alternativo) postulano un essere umano fragile, preda di disturbi e turbamenti e – forse la cosa più grave – potenzialmente guaribile da terapie e terapeuti. Il partito diventa la struttura di cura, o per restare in ambito cibernetico, l’individuo isolato dal mondo e vittima di una realtà avversa, deve essere aggiustato per poter tornare a funzionare. Motivo per cui, nelle assemblee e mobilitazioni si moltiplicano, oltre agli oramai onnipresenti cartelloni comportamentali, spazi sicuri e luoghi non misti, una serie di momenti deputati all’ascolto e alla cura delle fragilità psicologiche, alla risoluzione di traumi e paure, alla condivisione di emozioni, sensazioni, spesso anche paranoie.

Chiaramente, la critica radicale di questi procedimenti di meccanizzazione dell’umano non significa negazione dell’esistenza dei problemi suddetti; al contrario, li mette in discussione proprio perché, secondo un’ipotesi non peregrina, in luogo di risolverli li rafforza, li cementifica e li rende quasi necessari, contribuendo – in accordo a questa epoca psico-pandemica – a trasformare l’essere umano in individuo debole, malaticcio e devastato intimamente, e quindi renderlo tale anche quando così non è. Ne sono un esempio lampante i documenti che circolano in seguito a manifestazioni, anche laddove il livello di scontro è stato minimo, come quello che segue.

DEBRIEFING PSICOLOGICO (ottobre 2024)

Dopo i momenti concitati, o situazioni che possono risultare traumatiche o psicologicamente provanti, è bene non lasciarci ad affrontare l’elaborazione di queste emozioni in solitudine. In Italia è poco praticato, ma in numerosi contesti il debriefing post manifestazione è ormai una pratica di cura consolidata (il testo qui di seguito è una rielaborazione di un breve testo circolato via Telegram dopo la “battaglia di Saint Soline” del 29-30 ottobre 2022 – LINK) Il debriefing psicologico è un breve momento di riconoscimento dell’energia impiegata, dell’impegno di chi ha partecipato che parte da una semplice ma fondamentale domanda: Come mi sento ora dopo gli ultimi eventi? – che ha l’obiettivo di fare una ricostruzione collettiva della narrazione fatta in andata e di ritorno per consentire di situare le zone d’ombra e le eventuali esigenze di sostegno di ciascun*. Quando il debriefing è finito, le prove sono state restituite al meglio e insieme. Chiuderemo questo spazio di parola con parole confortanti che ci ricordano l’esperienza appresa, la solidarietà e, se possibile, la speranza per il futuro. Possiamo anche prenderci il tempo per ricordare i mezzi che possiamo avere in termini di supporto psicologico ed emotivo (brochure informative, compagn* che ascoltano, psicolog* militanti ecc…) Il debriefing psicologico consiste nel tornare agli eventi permettendo a tutt* di condividere la propria esperienza e di ricomporre il racconto collettivo di ciò che è successo. Questo racconto collettivo deve avere un inizio, un mezzo, una fine. Deve permettere di situare le diverse scene attraversate dal gruppo nello spazio e nel tempo.

Non è il momento dell’analisi “politica”

L’obiettivo è avere una trama dell’evento su cui ognuno possa fare affidamento per appendere la propria esperienza emotiva. Costruire questa narrazione permetterà di individuare eventuali punti di confusione e incomprensione per poi dare un senso a questi punti basandosi sulla narrazione che ne fanno gli altri. In caso di shock traumatico, questo permette al tuo cervello di elaborare nuovamente le informazioni, e quindi di (ri)funzionare. Se questi punti di incomprensione persistono, i sintomi che fanno rivivere l’esperienza (flashback, incubi…) possono apparire fino a quando il tuo cervello non costruisce una narrazione che abbia senso. Finché l’esperienza non viene compresa, non viene elaborata/integrata. Questo può quindi immergere la persona in sintomi ansiosi e poi depressivi. Se senti che nel tuo gruppo ci sono punti di incomprensione che non riesci a risolvere, prova a cercare informazioni che ti aiutino, o anche aiuto in supporto psicologico per costruire una storia accettabile per il gruppo, anche senza avere tutte le informazioni. Se si sviluppano sintomi che non si attenuano o non svaniscono in 4-6 settimane nonostante questi consigli, non esitate a consultare un* professionista.

Proposte per un debriefing psy di gruppo

Se possibile, fai questo debriefing rapidamente dopo l’azione (“a caldo”) assicurandoti che tutte le persone che hanno agito insieme siano presenti. Un secondo momento di debriefing può essere eseguito in seguito (“a freddo”) per verificare lo stato emotivo e psichico di ciascun* e analizzare con più senno di poi ciò che è successo (debrief organizzativo). Trova, se possibile, un luogo tranquillo e accessibile a tutt* in cui non sarai disturbat* e impostate insieme una durata per quel momento. Garantire la riservatezza degli scambi. Mantieni la tua benevolenza nonostante le possibili tensioni e disaccordi. Sforzati di non giudicare ciò che è condiviso (senza proibirti di reagire quando arriva il momento condividendo i tuoi sentimenti, le tue emozioni). Vedi se qualcun* di voi vuole animare questo momento per facilitare gli scambi o chiama una persona esterna di fiducia.

Come costruire il racconto collettivamente?

Ognun* è invitato a raccontare la propria esperienza dall’inizio dell’evento. Cerchiamo di costruire questa storia a più voci; possiamo ad esempio proporre che ognuno ne racconti una parte man mano che la storia procede e poi tornare su di essa per illuminare eventuali mancanze e zone d’ombra. L’idea è che la narrazione sia coerente, soprattutto in termini di cronologia e spazio. Non c’è bisogno di essere rigoros*. Eventuali zone d’ombra sono indizi importanti da rilevare perché possono indicare incomprensioni e traumi. Debriefing in gruppo dopo una mobilitazione in cui si sono verificati eventi scioccanti è un po’ come guardare un film emotivamente duro con qualcun* che ti tiene per mano. L’obiettivo non è superare i passaggi complicati in accelerato, ma essere in grado di guardarli alla stessa velocità degli altr*, pur avendo con te le risorse di coloro che ti sostengono.

Domande per guidare gli scambi

Non è la dimensione della trasmissione delle informazioni che ci guida, ma la capacità di ciascun* di provare e gestire le emozioni che ha dovuto attraversare durante le situazioni menzionate nella sua storia. Puoi dirci come ti senti dopo questa mobilitazione? (Fisicamente ed emotivamente) Come è andata per te? C’è un momento (i) intenso (i) che vorresti condividere qui in modo che ne parliamo insieme? !!! Prima di cominciare: accoglienza, ripasso delle basi e impostazione del quadro (nessuno è prigionier* di questo quadro, possiamo lasciare il debrief in qualsiasi momento, segnalando il tuo bisogno di eventuale sostegno).

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Sommario 7.2

  • Introduzione con Debriefing psicologico
  • IOA – Spot 4
  • Droni ovunque – Cateno De Luca, sindaco di Messina 2018-2022
  • IOA – Spot 5
  • Dal Metodo Giacarta al Metodo Gaza (Seconda parte)
  • Torino e il bus senza conducente (Primantenna Tv e TV2000, ottobre 2025)
  • IOA – Spot 6
  • Croazia: AI Anxiety Meter – Cartelloni pubblicitari elettronici di una compagnia assicurativa fornisce analisi del livello di ansia (2022)

Riferimenti 7.2

  • Agitation Free, First Communication + Dialogue & Random + In the Silence of the Morning Sunrise + A Quiet Walk Part Two: Not of the Same Kind (2nd, 1973)
  • Ruins, Mahavishnu Orchestra Medley + Komnigriss + Skhanddraviza + Djubatczegromm (Tzomborgha, 2002)
  • Discanto siculo, Zufolomania (Ventu d’amuri, 2003)
  • Ipercussionici, Tutti pari (Liotro, 2005)
  • Lou Harrison, Grandly, but moderate (Double Concerto for Violin and Cello With Javanese Gamelan, 1981-82)Gendhing Sumyar (Gamelan Kraton Yogyakarta – Javanese Court Gamelan, Volume III, 1979)
  • Ennio Morricone, Pullman in avaria (Il Federale, 1961)
  • Blue Sharks, Viaggio in autobus (Funny Walk, 1971)
  • Haustor, Capri (1982)
  • Davide Riondino, Lucignolo (Radio3, Tutta l’umanità ne parla, 30/8/2025)