Episodio 7.31

La seconda parte dell’articolo di Jerome Liss sulla politica della partecipazione ai gruppi e la fantomatica “nuova rivoluzione sociale”, evidenzia alcune caratteristiche fondanti la nascente ideologia del lavoro di gruppo e della facilitazione. Continuando ad elencare i miti da sfatare riguardo la partecipazione ai gruppi, c’è quello secondo cui le persone non sarebbero ancora pronte, magari sarà una buona idea ma per il futuro. Tra il volere tutto e subito e il non far niente Liss propone un’altra via: «La partecipazione a un gruppo non è una filosofia del “non adesso”, ma un processo del “sempre adesso”, perché è un primo passo (…), seppur piccolo, che si può sempre fare, e l’ultimo passo è sempre lontano da noi.» Inoltre, altra obiezione, discutere sul come fare ci allontana dal prendere le decisioni, eppure piccoli cambiamenti, basati su decisioni prese in fretta e con scarse valutazioni, possono scaturire dal movimento della partecipazione ai gruppi in modo più realistico ed effettivo rispetto alle speranze di un “big bang” da parte dei rivoluzionari che vogliono “cambiare tutto subito”. «Ad esempio, ci sono radicali in grado di passare più tempo a discutere delle loro “tattiche rivoluzionarie” (inclusa la violenza) con i gomiti poggiati sul tavolo (…) e con le tasche piene delle immagini di una società utopica, invece di alzarsi effettivamente dalle loro sedie per passare all’azione che organizzi “i non organizzati” e quindi presti loro ascolto». (Jerome Liss, “The Politics of Group Participation and the New Social Revolution. Part II”, Self & Society. An International Journal for Humanistic Psychology, Vol. 5, n. 4, aprile 1977)

Liss, pare di capire, ambisce a un’ipotetica “rivoluzione sociale” che però non sia un cambiamento drastico ma il frutto di un lento lavorio individuale, armonizzato dalla partecipazione a piccoli gruppi, e grazie a una presa di coscienza e sviluppo delle proprie potenzialità. Ma dato che questa visione ricorda in larga parte l’idea anarchica, Liss evita ogni dubbio e ci fornisce, come la definisce lui stesso, «una lezione per evitare il collasso provocato dall’anarchia». Cosa intende? Parte da un’ennesima obiezione solitamente mossa contro l’ipotesi di organizzare la società in piccoli gruppi, quella secondo cui, essendo la nostra società troppo complessa così come le fonti energetiche, le fabbriche e la catena di approvvigionamento industriale, è necessario un controllo centralizzato, altrimenti sarebbe il caos. «Dal periodo della rivoluzione industriale, abbiamo invaso il pianeta con esseri umani che ora vivono in un ambiente urbano-suburbano – ambiente che è troppo vasto, che allontana ogni persona e famiglia dalle altre persone e famiglie, e che distrugge la campagna in modo da impedire la nostra relazione con la vegetazione e gli animali.» Eppure non è facile uscire dal modello delle megalopoli, giacché «liberare all’improvviso la nostra economia materiale da un controllo centralizzato può portare alla distruzione e forse perfino al disastro. Come un gigante che deve essere alimentato da un solo albero, questo albero dev’essere preservato.» (Ibid.)

Liss fornisce un esempio storico di che cosa intende con “questo albero”: dopo la rivoluzione d’Ottobre 1917 in Russia, i bolscevichi, almeno stando all’interpretazione che ne dà citando l’opera Paul Avrich (Gli anarchici nella rivoluzione russa, 1973), proclamarono il controllo da parte dei lavoratori sulla produzione, ma questa utopia a lungo cercata significò il collasso dell’economia, già messa in ginocchio dalla guerra: i comitati locali aumentarono indiscriminatamente i salari e i prezzi, le fabbriche rifiutarono di condividere con altre le loro scorte, furono venduti macchinari in cambio di materie prime. Insomma, non c’era una pianificazione coordinata, finché Lenin non creò il Consiglio Supremo per l’Economia per centralizzare l’economia della nazione, sostituendo il controllo statale a quello dei lavoratori, e «questo breve lasso di tempo di autoregolazione decentralizzata fu valutato come “un’impresa idilliaca”», poiché il popolo, i lavoratori, non erano pronti a essere liberi dalle costrizioni. «“Proposte radicali” quali l’idea di autoregolamentazione, sono state presentate molto spesso, come un improvviso cambiamento totale della società. Ciò minaccia, giustamente, la sicurezza materiale delle persone. In altri termini, il principio dei “gruppi autonomi” è una proposta radicale che richiede un processo di apprendimento e anche un cambio di atteggiamento positivo e generalizzato. Le minacce nei confronti dell’esistenza materiale delle persone non farà che intralciare il cammino!» (Ibid.)

Liss chiarisce la sua posizione. «La nostra gigantesca economia materiale è troppo complessa e delicata per anche solamente sognare che possa essere di colpo trasformata razionalmente dalle “decisioni dei lavoratori”, dato che la maggior parte delle persone non ha in pratica l’abitudine di essere responsabile e costruttiva all’interno di un ambiente di gruppo (…) Per riassumere, la visione originaria dell’anarchia era un ideale in cui la nostra società è organizzata e gestita da “piccoli gruppi autonomi”, e ogni persona partecipa meglio che può nel suo particolare gruppo, e tutti i gruppi si associano e coordinano i loro progetti tramite l’azione cooperativa. Questo ideale può essere raggiunto soltanto con lo sviluppo delle capacità delle persone, cioè con un processo educativo. Rivendicare “lo spontaneo dissolversi dello Stato” come suggerito da Marx, o una “liquidazione dello Stato” come indicato da Bakunin, significa giustificare la violenza prima ancora che le persone siano preparate a un’autoregolamentazione nel governo, e allontanare la consapevolezza delle persone dal processo educativo di cui hanno bisogno per regolare la loro vita in coordinamento con altri.» Questa «distorsione della visione anarchica non può che portare alla distruzione e a essere recuperata dalla tirannia, come già è successo. (…) Mentre le fondamenta tecnologiche e materiali delle nostre esistenze urbanizzate (e suburbanizzate) potrebbero richiedere controllo e pianificazione ancora per molto tempo a venire, in special modo vista la nostra attuale massiccia popolazione e i suoi bisogni materiali vitali, esiste un altro grande ambito economico – l’industria dei “servizi umani” – dove la partecipazione responsabile di tutti può portare a lungo termine a un immenso miglioramento nel funzionamento e a un radicale cambiamento della gerarchia sociale. L’“industria dei servizi umani” comprende tutti quei lavori che dipendono da un’interazione umana più che dalla creazione di un prodotto.» (Ibid.)

Questa industria dei servizi umani potrebbe includere, nel senso stretto del termine, ambiti quali l’educazione, la cura dei malati, i servizi di interesse pubblico, i mass media e così via. Ma in un senso più generale si possono considerare molti “dipartimenti” all’interno della produzione industriale come altamente dipendenti dai rapporti interpersonali, come la pubblicità, la ricerca, la gestione del personale; anche il buon funzionamento di un ufficio ne dipende. Gli esempi forniti dalle “scuole libere” e autogestite, dalle comunità antipsichiatriche, dalle “comuni” come sostituto delle famiglie autoritarie, sono tutti piccoli esperimenti che in sé non possono trasformare la società, ma servono da simboli e guide: «Dimostrano agli increduli che “si può fare”». C’è sempre un però… «La produzione materiale della nostra società non può essere trasformata, di qui a un periodo di tempo ancora molto lungo, attraverso un metodo di “auto-regolazione”. Tuttavia, in quella parte della nostra economia in cui il “servizio erogato” non è la creazione di un prodotto ma “una interazione umana”, i principi dell’autoregolazione possono essere sviluppati e ampliati con grande beneficio per tutti». (Ibid.)

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Sommario 7.31

  • Introduzione con poliziotti inglesi che fermano la persona “sbagliata” per un errore (falso positivo) del riconoscimento facciale
  • IOA – Spot 60 Le 7 supposte
  • Sul data center di Lacchiarella (Mi) (TgR Lombardia, 3/7/26)
  • Zündlumpen, Quarantena… gennaio 2021 (tratto da Zündlumpen, antologia, Edizioni il Pennato, ottobre 2025)
  • IOA – Spot 61 La carne che cambia
  • NdF – Nuovi vaccini per animali – TESTO

Riferimenti 7.31

  • Wolf Wondratschek, Bernd Brummbär, Georg Deuter, Maschine Nr 9, Part I-II (Maschine Nr 9 – Headmovie, 1974)
  • Les Misérables Brass Band, El Dios Nunca Muerte (Manic Traditions, 1990)
  • Sula Bassana and Modulfix, Svensven der Froschfrosch + Brain Wash + Marsmellow (Brain Wash, 2010)
  • Lost Reflection, Manipulation (Psychedelic Moments, 2014)
  • Rufus Thomas, Do The Funky Chicken (Live at Wattstax, 1972)
  • Hotel Rivolta, Le galline (Hotel Rivolta, 2024)