Sorto negli anni Quaranta e diffusosi il decennio seguente, il lavoro di gruppo giunge a piena maturazione nel corso degli anni Sessanta, soprattutto negli Stati Uniti dove le scoperte frutto dei T-groups e dei gruppi “di incontro” del National Training Laboratories sono riportate all’interno di nuove riviste, come il The Journal of Humanistic Psychology nato nella primavera del 1961 sotto la guida di Abraham Maslow, che firma anche un articolo nel primo numero, “La salute come trascendenza dell’ambiente”; e ancor più il Journal of Applied Behavioural Science, legato al NTL e indirizzato a coprire i lavori di psicologia dei gruppi e delle organizzazioni, dove nel primo numero del marzo 1965 sono presenti i contributi di Carl Rogers (“Affrontare le tensioni psicologiche”) e Chris Argyris (“Esplorazioni nella competenza interpersonale”).
Rogers è stato una figura importante della storia della psicologia americana (nel 1947 divenne presidente dell’American Psychological Association e nel 1956 dell’American Academy of Psychotherapists), considerato unanimemente uno dei principali fondatori della “psicologia umanistica”, e secondo molti il padre della teoria-pratica della facilitazione. Nato nel 1902 da una famiglia agiata con principi religiosi e morali piuttosto rigidi, intraprese fin da giovane gli studi teologici ma a vent’anni, dopo un viaggio in Cina di alcuni mesi per partecipare a una conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale degli Studenti Cristiani, torna negli Stati Uniti e cambia radicalmente indirizzo a favore della psicopedagogia. Professore di Psicologia all’Università dell’Ohio e poi all’Università di Chicago, dove inaugura il Counseling Center per studenti, dagli anni ’40 sviluppa un approccio terapeutico da lui definito come “non direttivo”, caratterizzato da una “accettazione positiva incondizionata”, nota anche come “basato sul cliente o sulla persona”, che in seguito allargò all’educazione con l’apprendimento “basato sullo studente”.
Dal 1957 è professore di Psicologia e Psichiatria all’Università del Wisconsin, dove sperimenta il suo approccio terapeutico su pazienti psicotici, ma nel 1964 abbandona l’insegnamento, deluso dall’atteggiamento della psichiatria ufficiale americana di stampo organicista. Si trasferisce a La Jolla, California, presso il Western Behavioural Science Institute, organizzazione indipendente fondata cinque anni prima e diretta dal suo ex allievo Richard Farson, dedicata alla ricerca nel campo delle scienze umane e uno dei più importanti istituti per la formazione di leader in campo manageriale, dove sviluppa le sue teorie sul comportamento dei gruppi che culmineranno nella pubblicazione di On Encounter Groups (1970). Qui a partire dal 1966 dà vita al La Jolla Program, attivo ancora oggi, e nel 1969 fonda, insieme ad altri colleghi, il Center for the Study of the Person. Negli anni seguenti fonda l’Institute of Peace per lo studio e la risoluzione dei conflitti, e muore il 4 febbraio del 1987 per un improvviso attacco cardiaco a seguito della rottura dell’anca.
Una delle principali intuizioni di Rogers nella sua opera pionieristica di facilitazione dei gruppi, è stata quella di aver compreso come il lavoro di gruppo funzioni meglio in assenza di una forte strutturazione e di una guida troppo invasiva. Secondo lui nel gruppo emerge dapprima la maschera di ogni partecipante e «i veri sentimenti e le persone reali emergono solo con cautela. Il contrasto tra il guscio esterno e la persona all’interno diventa sempre più evidente con il passare delle ore» e poco a poco «si instaura un senso di autentica comunicazione». Ovvero, il gruppo aiuterebbe in senso terapeutico ogni individuo a tirare fuori la sua vera natura, potendo constatare che, sebbene questa possa essere a suo avviso poco attraente per gli altri, in fin dei conti sarà sempre meglio che nascondersi dietro la recita di un personaggio inesistente, e questo sarà utile prima di tutto a lui stesso: «in un gruppo siffatto l’individuo giunge a conoscere se stesso e ogni altro più a fondo di quanto non riesca a fare negli usuali rapporti sociali o di lavoro. Si familiarizza profondamente con gli altri membri e con il proprio intimo Sé, quel Sé che altrimenti egli tende a nascondere dietro la facciata.»
Questo miglioramento, poi, si rifletterà anche nella vita quotidiana, motivo per cui negli anni Sessanta si è assistito negli Stati Uniti a una rapida diffusione dei gruppi, che Rogers si spiega grazie a due elementi: «il primo è la disumanizzazione crescente della nostra cultura, nella quale non conta la persona, ma unicamente la sua scheda perforata o il numero della sua tessera assistenziale. (…) Il secondo è il fatto che abbiamo raggiunto un benessere che ci consente di prestare attenzione ai nostri bisogni psicologici. Sino a quanto sarò preoccupato per quello che riuscirò a guadagnare il mese prossimo, non avrò un’acuta consapevolezza della mia solitudine.» Per Rogers ciò che spinge le persone verso i gruppi d’incontro è un «bisogno psicologico», la «fame di qualcosa che la persona non trova nell’ambiente di lavoro, nella chiesa cui appartiene, sicuramente non nella scuola o nel college e neppure – cosa abbastanza triste – nella vita familiare moderna.» Una fame di rapporti «che siano intimi e veri; in cui sentimenti ed emozioni possano essere espressi con spontaneità, senza essere preventivamente censurati o repressi». (Rogers, I gruppi d’incontro, pp. 16-17)
Il ruolo terapeutico del gruppo è sottolineato da Rogers quando lo paragona ad un organismo, che ha la sensazione di quale sia la direzione da intraprendere sebbene non sia in grado di esprimerlo a parole con chiarezza. Rogers dice di essersi ispirato a un documentario medico che gli fece molta impressione, una serie di fotografie al microscopio che mostravano i globuli bianchi muoversi nel flusso sanguigno in un modo che poteva essere descritto come intenzionale e risoluto verso un batterio nocivo, accerchiarlo e distruggerlo, per poi tornare alle loro “normali occupazioni”. «Allo stesso modo, mi sembra che un gruppo riconosca gli aspetti malsani del suo processo, si focalizzi su questi, se ne liberi o li elimini e proceda nella direzione di diventare un gruppo più sano. Questo è il mio modo di esprimere il fatto che ho visto la “saggezza dell’organismo” manifestarsi a ogni livello, dalla cellula al gruppo.» (“Carl Rogers describes his way of facilitating encounter groups”, The American Journal of Nursing, vol. 71, n. 2, febbraio 1971)
Sommario 7.11
- Introduzione con Pekka Lundmark (CEO Nokia, Davos 2022) ed Elon Musk (Davos 2026)
- IOA – Spot 24 – Raus
- Valentino Valentini, viceministro Ministero Imprese e Made in Italy, “Presto Biotech Act Ue” (Il Sole 24 ORE, 6/12/2024)
- IOA – Spot 25 – Detractor
- DAL PANOPTICON AL PANGNOSTICON E OLTRE… – TESTO
- IOA – Spot 26 – Henry Kissinger
Riferimenti 7.11
- Grobschnitt, Solar Music (Ballermann, 1974)
- Dan Ar Braz, Le Sang des navires (Acoustic, 1985)
- Electronic Eye, Counter Insurgent + Bush Channel Stepper + Datacrime + Electronic Sight + Go Back (Closed Circuit, 1994)

